sulle tracce del gatto selvatico
In un’area della Toscana troppo spesso percepita come marginale – la zona appenninica dell’Alto Mugello –, ma che in realtà riveste un ruolo chiave nella connettività ecologica tra Italia centrale e settentrionale, è stata recentemente documentata la presenza del gatto selvatico europeo (Felis silvestris silvestris), una delle specie più elusive e simboliche dei nostri ecosistemi forestali.
Le belle immagini pubblicate a corredo di questo servizio, frutto di un’intensa attività di ricerca da parte del fotografo naturalista versiliese Lorenzo Shoubridge, sono la prova concreta di un ambiente ancora integro, capace di sostenere una specie estremamente esigente in termini di qualità dell’habitat. Abbiamo chiesto a Shoubridge di parlarci di questo suo importante impegno di documentazione sul gatto selvatico.
Lorenzo, cosa significa poter testimoniare la presenza di questo raro animale in Toscana?
«Il gatto selvatico è un indicatore biologico di altissimo valore. Dove è presente, la natura funziona. La sua comparsa nell’Alto Mugello conferma il ruolo strategico di quest’area come zona cuscinetto naturale tra il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi e il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, due grandi aree protette che senza una reale continuità ecologica rischiano di rimanere isolate».
La sopravvivenza di questa specie può essere in qualche modo minacciata?
«Dalla mia attività sul campo e dalla documentazione che ho potuto produrre in modo indipendente emerge, soprattutto durante il periodo riproduttivo, la presenza di gatti domestici vaganti in aree di particolare interesse naturalistico, introducendo una delle principali criticità per la conservazione della specie: il rischio di ibridazione genetica, problema ampiamente riconosciuto a livello europeo ma ancora sottovalutato in molte realtà italiane. Un altro elemento di amara riflessione è rappresentato da un episodio di cui io stesso sono stato testimone e vittima: lo scorso dicembre le mie attrezzature di monitoraggio, regolarmente autorizzate, sono state gravemente danneggiate da ignoti. Un episodio che solleva interrogativi non solo sul singolo caso, ma sulla tutela complessiva delle attività di documentazione ambientale indipendenti».
Cosa occorrerebbe fare per tutelare la presenza e la peculiarità genetica di questa e di altre specie a rischio?
«In altri contesti territoriali, spesso più piccoli e meno strategici dell’Alto Mugello, la semplice documentazione del gatto selvatico ha attivato politiche concrete, applicando le disposizioni comunitarie sulla tutela delle specie e sulla connettività ecologica. Oggi, con dati, immagini e un territorio oggettivamente idoneo, non esistono più alibi per l’inazione. L’Alto Mugello ha tutte le caratteristiche per diventare un corridoio biologico strutturato tra i due parchi nazionali e un caso pilota regionale. È auspicabile che l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ndr) e la Regione Toscana raccolgano questa evidenza e la traducano in scelte tangibili, anche con il supporto di fondazioni sensibili alla tutela della biodiversità. Il materiale esiste. Il territorio è pronto. Ora serve la volontà politica».
